La transilienza mai come in questo periodo storico è attuale e di ispirazione soprattutto per le aziende e ogni forma di organizzazioni.

Nelle formazioni geologiche indica una transizione e un cambiamento repentino, nella fantascienza di Arthur Clarke è la capacità di essere “sia in un luogo che in un altro istantaneamente” (“The best time travel stories of the 20th century”, A. Clarke), per W.J. Abernathy e K.B. Clark (1985) è l’insieme di transizione e resilienza, la capacità di rimbalzare nel cambiamento, di resistere i tentativi di manipolazione e di controllo come accade nel cyberspazio proteiforme.
Con la transilienza, intesa come “possibilità di spendere al meglio le proprie competenze”, come scrive Eva Campi in un articolo de Il Sole 24 Ore, si sviluppano nuove competenze trasferibili e utilizzabili in più ambiti, senza restare legati all’eccesso di specializzazione che rende soli e ciechi scollegati dalla consapevolezza di contesto.
Si entra così in una nuova visione e coscienza, quella sistemica, dove le interconnessioni che prima sembravano invisibili e inutili, sono portate alla luce. Diventano indispensabili ponti di collegamento e comunicazione tra i singoli elementi, parti di uno stesso sistema: l’organizzazione, l’impresa.
La transilienza ha un fascino nel suo aspetto filosofico e come nuova frontiera dell’intelletto ma per essere veramente recepita e messa in pratica, deve diventare una qualità del nostro sguardo, una consapevolezza profonda, dove noi stessi siamo “transilienza”, in una mimesi che tocca l’anima. Così attraversiamo e superiamo rigidità e resistenze, schemi mentali e comportamentali spesso profondamente radicati che fino a quel momento erano gli ingredienti del linguaggio della nostra anima. Scopriamo di essere stati fedeli a energie e storie che aleggiavano in azienda o che abbiamo ereditato nella nostra storia personale. La transilienza ci aiuta a farne tesoro superando ogni giudizio e affidandoci all’altro e al sistema con una nuova prospettiva.
In un’organizzazione la coscienza della transilienza diventa un vantaggio competitivo importante affinché le risorse umane, tecniche e tecnologiche, possano migrare, integrarsi e organizzarsi in un modo più realizzativo e produttivo.
Ma se portata agli eccessi e inflazionata può rischiare di farci sentire “tuttologi”, presuntuosi, onnipresenti, come se avessimo il dono dell’ubiquità. Perderemo equilibrio e centratura, dimenticando la nostra “identità”, sentendoci separati da tutto, come una goccia d’acqua che non sa di essere oceano.
Per essere efficacemente transilienti è importante ricordare che ognuno, come parte di un sistema organizzato come è l’azienda, ha un proprio posto e ruolo, rispetto al progetto che è all’anima dell’azienda. Per esempio per un responsabile di produzione di calzature il proprio posto si crea grazie allo stilista che ha deciso di arricchire la propria collezione di abbigliamento con nuovi prodotti, per la crescita del proprio brand. Senza l’azienda con un progetto che ha un’anima pulsante e viva, anche il miglior specialista resta senza lavoro, senza mettere a servizio le proprie competenze, che resteranno vacue e inutilizzate. A volte questo lo si perde di vista, tanto si è focalizzati nel fare il proprio lavoro nella “buona coscienza”, perfetti e impeccabili in una iper specializzazione, chiusi in un’immagine limitata, che diventa sempre più piccola e lontana dalla realtà alla quale è collegata. La transilienza, seppur coinvolgendo un’aspetto dinamico e flessibile e accogliente, richiede dunque una coscienza adulta e responsabilità nel muoversi con chiarezza e organizzazione. Riconoscere e restare al proprio posto, senza farsi né carico del lavoro di altri, né sconfinando e giudicando competenze altrui, diventa un’arte.